Bill Hayes è in vacanza con la sua ragazza in Turchia quando viene fermato ai controlli dell’aeroporto di Istanbul e arrestato perché stava cercando di portare 2 Kg di hascisc negli States.
Viene subito processato e condannato a 4 anni di carcere. Il consumo della droga è in continua espansione e in Turchia vogliono dare un segnale forte alla lotta alla droga, con delle punizioni esemplari.
Durante il periodo di detenzione Bill viene picchiato brutalmente e stuprato dalle guardie penitenziarie.
L’inferno però sembra non aver fine per Bill, mancano infatti solamente 53 giorni al termine della sua pena quando gli viene comunicato che il processo è stato annullato e che verrà rifatto da li a poco, questa volta verrà condannato a 30 anni di carcere.
Torturato, umiliato e demoralizzato, Bill perde ogni speranza di poter uscire dal carcere. Il suo non è un caso isolato, i compagni di cella non se la passano meglio di lui. Reagendo all’ennesimo tentativo di stupro da parte del capo delle guardie, arriva ad uccidere il suo aguzzino, e indossando l’uniforme di secondino scappa dal carcere.
Il film è basato su una storia vera, accaduta in Turchia 40 anni fa.
Il problema delle carceri però nel frattempo non si è risolto, anzi tutt’altro.
Non è neanche un problema di stati democratici o non, basta pensare a quello che è successo a Bolzaneto nel 2001.
In Italia il caso di Stefano Cucchi ha attirato nuovamente l’attenzione su questi “non luoghi”. Ultimamente si è aggiunta anche la denuncia della mamma di Giuseppe Saladino, un ragazzo morto 6 anni fa nel penitenziario di Parma, dove era stato portato per aver violato gli arresti domiciliari.
Stefano è stato arrestato perché trovato con 20 grammi di hascisc, e non gli è stato neanche concesso di parlare con il legale di famiglia, ne parlare con i propri genitori dopo il processo avvenuto per direttissima.
Dopo la sentenza sul caso Federico Aldrovandi però sembra che qualcosa sia cambiato, e forse anche in Italia si inizierà a processare “la divisa”.
Ogni anno sono 150 le persone che muoiono nelle carceri italiani, e le cause di questi decessi non sono sempre certe.
Non tutti sono, come ha dichiarato Giovanardi riguardo a Steafano Cucchi, “Drogati, anoressici, e sieropositivi”, e se anche fosse così, una persona rinchiusa all’interno di una struttura statale non dovrebbe subire la sospensione totale dei propri diritti.
Stefano ha giustificato i lividi sul proprio viso e gli ematomi in varie parte del corpo dichiarando di essere caduto dalle scale, forse per paura di prendere altre botte, forse perché è pensiero comune che queste azioni restano solitamente impunite, c’è una mancanza di fiducia nella giustizia.
E leggendo certe storie sui giornali viene spontaneo pensare “Mancu li turchi”




Eccoci qua, il tema del carcere è uno di quelli che desta normalmente la curiosità e la fantsia di tutti proprio per la sua caratteristica di inaccessibilità e per la sua carica simbolica: in carcere ci sono solo “i bambini cattivi”. Eppure poi non è proprio così, perchè in carcere ci sono anche i “bambini buoni” arrestati e condannati benchè innocenti, c’è gente che si spaccia per colpevole per risparmiare il carcere a anziani parenti che non sopravviverebbero, ci sono uomini e donne che hanno sbagliato -magari pesantemente- ma che non per questo sono da etichettare come “i cattivi”, ci sono, infine, quelli sì, poveri cristi che hanno fatto l’errore di essere al posto sbagliato al momento sbagliato o che hanno la colpa di essere molto meno ricchi di chi può permettersi una casa, un buon avvocato e una rapida uscita da dietro le sbarre. Il carcere se lo fanno soprattutto i poveri!
Non vorrei dimenticare tra quelli che “si fanno il carcere” anche gli agenti penitenziari. Il luogo comune abitato da film e immaginario pubblico è quello del secondino bastardo e sadico che ci gode a far patire il detenuto. Mi piace poter dire che se qualche agente così c’è, e ce n’è di meno sadici ma comunque irrispettosi, ci sono anche agenti umani, comprensivi, attenti alle persone. Si fanno il carcere anche loro e lo subiscono a volte come gli stessi detenuti: anche se loro hanno le chiavi, li vedi stare per turni interminabili seduti alla sedia o in piedi tra i cancelli tra i muri scrostati e spogli di un ambiente che è di per sè disumanizzante.
Se nel nome c’è già la vocazione di una struttura, Carcere deriva probabilmente dall’ebraico “carcar” che significa “tumulare”. Il carcere è una tomba per i vivi. La società vuole seppellire i suoi “scarti”. Le carceri turche di 40 anni fa dovevano essere dei veri inferni danteschi, come lo sono probabilmente ancora carceri in tutto il mondo dal 1° al 4°, e rimarrano tali se non ci sarà una inieizione di umanità e di umanizzazione.
In carcere ho conosciuto detenuti, uomini e donne, di una umanità incredibile, gente che ha cominciato o ricominciato cammini di fede o di vita, grazie all’aiuto dei cappellani o di semplici volontari, grazie all’impegno di psicologi, medici ed educatori: gente che con passione, senza pregiudizio ma con fiducia ha dedicato tempo e servizio per aiutare ad agevolare cammini di riabilitazione e di speranza. Forse cambiare la nostra il nostro modo di guardare all’uomo detenuto -soprattutto una volta che è nuovamente libero- può essere il primo passo per umanizzare quella realtà che il carcere è.
Bentornato Alex…
Era troppo facile il collegamento con questo film, la storia di Stefano è apparentemente simile. Ma neanchè più di tanto.
Perchè stefano era stato trovato con grammi di droga, non chili (anche se i parenti proprio ieri hanno consegnato la droga trovata in casa, anche se dopo l’arresto stefano è stato portato a casa dai Carabinieri per verificare se possedesse o meno altri stupefacenti, e non era stato trovato niente)
Rivedendo il film, che io non amo particolartmente, anzi tuttaltro (ma questa è un’altra storia), la storia non convinceva, effettivamente è stata “adattata” da Oliver Stone (autore dela sceneggiatura) per essere portata sul grande schermo, il risultato è che quasi tutto quello che si vede sul film è un’invenzione. Gli stupri, l’omicidio che commette Bill, la modalità di fuga..etc etc…
Potevano a limite utilizzare un’altra storia se la loro volontà era quela di fare un film di “dennuncia”
Dato che comunque non mancano certo “storie” da adattare.
C’è un picclo film italiano, Ora o mai più, che parla di Bolzaneto, beh, effettivamente parla di ragazzi, uno dei quali poi finisce a Bolzaneto a causa del G8 di Genova, quello è davvero un bel film.
Quello che è successo a Stefano è assurdo…..
Inizialmente a nessuno importava della sua storia, avevo visto un servizio sul TG3 e dopo un paio di giorni dalla messa in onda di questo servizio ancora non si trovava niente in rete…
adesso se ne fa un gran parlare, anche s eLa Russa e Giovanardi avrebbero fatto meglio a restare in silenzio, e c’è mooolta demogagia…
Sabato se riesci guarda la quara e eultima parte di “un giorno in pretura” sul processo di Federico Aldrovandi.
Sono certo che è come dici te, ma se c’è una mela marcia, in ogni luogo, in ogni campo, bisogna cercare di individuarla e allontanarla, altrimenti tutto il cesto presto diventerà marcio,
Ma quando è stato fatto?
Guardati un video di Ascanio Celestini, lo trovi sia su you tube che sul mio blog, il titolo è
“Non si processa la divisa”….questa è la mia impressione..
se certi “uomini” sono sicuri che le loro azioni non subiranno “conseguenze” penali, e di essere sempre coperti dai colleghi, (..beh..l’omertà non è solo in Sicilia…), può anche accadere che qualcuno esageri….
Ciao Fabri,
il video di Ascanio Celestini l’avevo visto e condivido il tuo ragionamento sull’importanza di individuare i “colpevoli”. Quel che dico è di fare attenzione a non generalizzare. Il tg parla di una persona agli arresti domiciliari o appena uscita dal carcere che commette un nuovo reato e per l’opinione pubblica non si dovrebbero più dare arresti domiciliari o fine pene! Un agente commette degli “abusi di potere” e tutta la categoria è compromessa… un prete commette l’inammissibile su un minore e tutti i preti sono ritenuti potenziali pedofili. E’ da questa banale generalizzazione che credo sia bene stare alla larga e concordo con te nell’importanza di denunciare il male che viene fatto, a qualsiasi livello, ma di far presente anche il bene. Altrimenti vince solo la PAURA perchè non puoi più fidarti di nessuno.
a presto